In Arrivo
Maestra Elisa

Primo Capitolo

Primo Capitolo

IL non MANUALE DELL’EDUCATRICE IMPERFETTA

La scuola non mi è mai piaciuta.
Con i miei 35 anni, forse, riformulerei questa frase utilizzando definizioni più appropriate come “il sistema scolastico non mi è mai piaciuto” e, francamente, mi convince poco anche ad oggi.
Non voglio trasformare questo libro in un grande manifesto polemico, ma voglio raccontarvi da dove nasce tutta quella resilienza che costantemente metto in campo.


Partendo, come nelle favole, da “tanto tempo fa”…

Ho dei ricordi dolcissimi di quando frequentavo il nido d’infanzia comunale, qualche flash più che ricordi: io che passavo il peluche al mio vicino di lettino che si sentiva triste; una festa di carnevale; ed un profumo, credo fosse di cibo, che ancora oggi cerco di replicare nel mio nido. Ho ricordi ben più nitidi invece della scuola dell’infanzia. Al mattino presto, assonata, entravo, ero molto fiera dei miei capelli ma invece, secondo l’insegnante che avevo, avrei dovuto tagliarli. Ricordo quella sensazione di felicità e fierezza sgretolarsi. Mia madre si rifiutò. Ma nonostante questo, ogni giorno, l’insegnante mi faceva sentire inadeguata e alla fine li tagliai, pensando fosse la cosa giusta, dichiarandomi convinta io. La realtà invece è che stava iniziando inesorabilmente la lenta trasformazione di una bambina in una persona che aveva necessità di farsi accettare. Perché in fondo ogni essere umano ha alcuni bug, il mio, da sempre, è stato questo. 

E fu la stessa scuola che, all’arrivo dell’estate, disse a mia madre che dovevo andare a ripetizioni di “casette”, non riuscivo a disegnarle bene. Una qualunque educatrice del giorno d’oggi si soffermerebbe su quella difficoltà, così grande per una bambina, così chiara per un adulto.
Quel giorno si ruppe qualcosa dentro di me, e da quel giorno riuscire a sentirsi adeguata era matematicamente impossibile, in nessuna circostanza. Ero quella diversa, quella strana, quella che urlava troppo, quella che non sapeva mai stare al suo posto. 

Dalle elementari alle superiori una serie di errori a cascata che solo oggi riesco a razionalizzare.
A quattordici anni ti viene chiesto per la prima volta sul serio “cosa vuoi fare da grande?”. Una domanda così difficile per chi ancora non conosce nemmeno se stessa, per chi, cresciuto troppo in fretta non ha avuto minimamente il tempo per scoprire il suo talento, per scoprire almeno di averne uno. Brancolavo nel buio.
Il mio carattere, che mi contraddistingue per i suoi lati così negativamente prorompenti però, mi aveva già dato uno strumento per costruire dentro di me la resilienza, pertanto, dopo che mi era stato detto che non ero in grado di disegnare, diventai piuttosto brava.
Passavo interi pomeriggi a disegnare, a scrivere cercando una calligrafia tanto bella quanto perfetta, ricercavo bellezza in ciò che mi era stato detto non appartenermi.
A quattordici anni la mia insegnante consigliò a me e alla mia famiglia di iscrivermi ad una scuola professionale, perché “insomma, non è in grado di studiare ma almeno è bravina nel tratto grafico”.

Quel “è intelligente ma non si applica” cucito addosso, senza forza di rispondere. Mi iscrissi a Grafica Pubblicitaria.
E ancora oggi mi chiedo, per quale ragione il professionale valesse meno..
La realtà è che mi sembrava anche di aver trovato la mia strada, nel mio essere mediocre, nel mio non arrivare mai subito alle cose come gli altri, ma restava quella strana sensazione, come se i reietti dovessero fare i professionali. “Non sei in grado, non ce la farai.”

Mi feci bocciare due volte. Stavo male. Stavo male nel senso più profondo di un’adolescente che non sa chi è. Gli adulti banalizzano, ma io lo ricordo perfettamente quella sensazione di vuoto, di smarrimento.
Incontrai sulla mia strada due professori, due persone, con un’umanità e una passione così grande da accendere la scintilla nei miei occhi. 

L’insegnante di fotografia, così innamorato del suo talento da far innamorare anche me, da rendere una fotografia terapeutica, da rendere un’emozione un prodotto concreto da tenere in mano, se chiudo gli occhi respiro ancora il profumo che si sentiva nella camera oscura, dove le fotografie lentamente prendevano forma, urlavano emozioni così reali, così vere. Potevo toccare quello che sentivo, potevo trasformarlo in realtà e potevo trasformarlo in qualcosa di bello, esteticamente ed emotivamente. Fu una scoperta per me di un valore inestimabile. Riuscire ad avere le emozioni fotografate mi consentiva di rimetterle in ordine, mi consentiva di di conoscermi. 

Forse è per questa ragione che ancora ad oggi i miei telefoni hanno da trenta a quaranta mila fotografia salvate. Ogni fotografia ha qualcosa da dire, anche se sfuocata, anche se esteticamente brutta fatico sempre a cancellarla.
Il professore di Religione, che in realtà parlava e faceva filosofia con noi, un giorno chiese a tutti i compagni di scrivere aggettivi sui propri compagni, ricordandoci che c’è sempre un modo gentile anche di dire cose negative; che quello era il modo per costruire una critica costruttiva. Ricordo ogni bigliettino scritto e letto, ricordo i mille cassetti che ho potuto aprire dentro di me. Ricordo che mi sentii libera. Ricordo che tornai a casa e chiesi di cambiare scuola. Una scuola lontana anni luce dal percorso che avevo intrapreso. Una scuola lontana da casa di quasi 100km. Ricordo il brivido di aver scoperto un desiderio, un sogno. Ricordo la brama di volerlo realizzare a tutti i costi. 

Dirigente di Comunità. 

Presi il mio primo 10 dopo pochi giorni di scuola, lo presi in un’interrogazione di pedagogia fatta per recuperare i mesi che non avevo frequentato. Fu li che “incontrai” Maria Montessori, quella che oggi nei miei social, nei miei corsi racconto e chiamo blasfemamente come la Zia Mary. L’entusiasmo nacque li, nacque dall’amore di quelle parole, si può dire che Maria Montessori con i suoi libri ha curato anche la bambina che c’era dentro di me, le ha ridato le basi, i sogni e forse anche le certezze. 

Arrivati a questo punto probabilmente non era la scuola che non amavo, non era il sistema scolastico, ero semplicemente una bambina arrabbiata, una ragazzina arrabbiata, ma qualcosa mi aveva permesso di dare una svolta, di fare un inversione a U, che ancora ad oggi non ho capito se in macchina la si possa fare, ma nella vita si. 

E allora fatela, fatela ogni volta che non vi sentite sulla strada giusta, fatela ogni volta che vi sentite inadeguati, fatela ogni volta che qualcuno vi dice che non potrete farcela, fatela, e fatela senza pensarci troppo, che si è sempre in tempo a tornare indietro a cercare una svolta, un’altra via. Fatela che chi vi vuole bene resta li, vi osserva e vi sorride, e ci sarà ad ogni errore che compirete, anzi, ci sarà ancora di più. E se voltandovi invece vi renderete conto che siete soli, fatelo ancor di più per voi stessi. 

Fatelo, che le persone si re-incontrano, ma se vi perdete voi è un gran casino.
Siate aperti, accoglienti con chi sbaglia, con chi vi ferisce, fatelo per voi, fatelo perché imparerete ad esserlo con voi stessi. Fatelo perché ogni dolore nasconde la forza per costruire la vostra bellezza interiore, la resilienza.
Per costruire il vostro Io, in maniera così limpida che finalmente potrete anche presentarvi davanti al vostro bambino, quello che tenete chiuso dentro di voi.
E solo allora, tornerete a giocare, e solo allora avrete gettato le basi, per divenire Educatore (imperfetto, s’intenda). 

Frequentare Dirigente di comunità comportava il dover fare tre tipologie differenti di tirocinio: uno con gli anziani, uno con i disabili ed uno coi bambini.
Mi chiesero di scegliere le strutture che più ritenevo idonee, scelsi di riavvicinarmi a casa e farli nella città dove ero nata. Mi colpirono profondamente le esperienze con gli anziani e con i disabili, gli educatori nella loro cura, nell’infinita dolcezza e nei movimenti così sapienti mi incantavano, ma qualcosa dentro di me mi diceva che non ero nel posto giusto. 

Mi sentii di nuovo inadeguata, chiesi colloquio con la mia professoressa di pedagogia, gliene parlai, e lei, candidamente, mi sorrise e mi disse una frase che nella sua semplicità mi diede una nuova spinta: “ogni educatore ha il suo posto, ogni educatore deve avere pazienza, ogni educatore deve accettarsi”. 

Andai via scossa, dovevo cercare il mio posto, in realtà stavo cercando il mio posto nel mondo da quando ero nata, ma questa è un’altra storia.
Qualche mese dopo mi chiamò il nido comunale del mio paese, proprio quello che avevo frequentato io da bambina. Da quella telefonata al primo giorno di tirocinio passarono pochi giorni. Mi svegliai con una sensazione strana allo stomaco, dal giorno in cui avevo imparato a conoscere e riconoscere le mie emozioni avevo sviluppato uno stato di allerta che mi permetteva di sentire quello che stava arrivando, una cosa molto brutta o una cosa molto bella tendenzialmente, non sapevo discriminarle ovviamente, non è qualcosa legato a stregonerie o cartomanzie è più una sorta di magia del proprio Io, un patto che mi ero permessa di fare con me stessa, quasi per prepararmi, per non farmi trovare inerme davanti alla forza di emozioni che non sapevo gestire. Non ricordo con esattezza quando ho iniziato a bere il nettare divino dell’educatore, il caffè, ma quella mattina con certezza dopo aver scelto con cura i vestiti comodi che mi erano stati consigliati, bevvi un caffè e uscii da casa. 

Erano pochi i metri che mi distanziavano dal nido, entrai e mi feci nuovamente avvolgere da quel profumo che per così tanti anni quelle mura avevano conservato.
L’intera giornata fu avvolgente a dir la verità, non ci fu nemmeno un’istante in cui mi sentii nel posto sbagliato. Avevo ormai trovato il mio posto tanto cercato. 

Un posto che non era fisico, era un idea.
I giorni seguenti arrivai sempre prima al nido, avevano una stanza enorme, una biblioteca per educatori e genitori colma di sapere che volevo divorare. Aspettavo li, su una vecchia poltrona di velluto, leggendo ed innamorandomi parola dopo parola dell’educazione. Più leggevo e, sempre per colpa di quel lato negativamente prorompente del mio carattere divenivo sempre più critica nei confronti degli educatori e degli insegnanti che avevo incontrato nel mio cammino da bambina. Ogni volta che entravo in una sezione mi mettevo silenziosa in un angolo, in ginocchio ad osservare, aspettavo, come un bambino aspetta la notte di natale, che qualcuno si avvicinasse a me. Non volevo essere indiscreta, non volevo essere irruente, volevo che fossero i bambini e le bambine a sentirsi pronti per conoscermi, me lo avevano lungamente spiegato proprio le educatrici di sezione. Gli occhi di un bambino intercettarono il mio movimento delle mani, emozionato, forse un po’ nervoso e si avvicinò, mi disse solo ciao.
Sorrisi.
Si sedette in fianco a me, e restò lì per qualche secondo forse, eppure a me sembrò un momento interminabilmente bello. 

Lo stesso bambino, giorni dopo, chiese di me nel momento della nanna. Un momento così privilegiato, così intimo, così carico di sentito.
I giorni passarono velocemente, e purtroppo l’esperienza finì. Finì con qualcosa di potente esploso dentro di me. Finì con la certezza di avere un posto nel mondo. 

Da li a poco mi diplomai.
Inviai migliaia di curriculum, passai mesi a cercare lavoro in un nido.
Non ebbi fortuna, ero troppo piccola, non avevo esperienza, non potevano lasciarmi sola.
Feci molti lavori, cameriera, panettiera, commessa, operaia, tutto quello che trovavo lo facevo, nella mia testa era possibilità di risparmio per ottenere il mio sogno, fa niente se poi in realtà non ho mai avuto un buon rapporto coi soldi e solo molto più tardi imparai a gestirli. L’importante, era non abbattersi e continuare a provarci.
Passò parecchio tempo, ma finalmente incontrai nel mio cammino una ragazza che mi chiese di aiutarla nel suo nido per un breve periodo. 

Sin dal primo giorno respirai una cura così speciale che mi resi subito conto di non voler rinunciare a quel mondo.
Passai notti a pensare a creare dentro di me l’idea concreta di volere qualcosa di mio, dove poter spendere tutte le energie che stavano nascendo dentro di me che mi regalavano una spinta per poter correre sempre più veloce sulla mia strada, per recuperare il tempo perso forse. 

Nel frattempo avevo trovato l’amore ed avevo trovato una casa dove andare a convivere, erano 11 anni fa.
In quella stessa casa, nacque il mio primo nido famiglia, tutto Ikea, tutto molto colorato, tutto a poco costo, non perché lo amassi particolarmente, ma perché non avevo molto e da qualche parte dovevo pure incominciare. 

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